La Vita Cattolica – Eutanasia passiva. Sdoganata. Nostra intervista con l’on. Gian Luigi Gigli

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La legge sulle «Disposizioni anticipate di trattamento» (Dat), detta anche sul «biotestamento» o il «fine vita», è da mercoledì 6 dicembre all’esame del Senato. Se n’è discusso martedì 12 dicembre e il Pd vorrebbe votare la legge entro la settimana senza modificare il testo licenziato dalla Camera. Anche se sono oltre tremila gli emendamenti presentati al testo. Con l’on. Gianluigi Gigli, friulano, parlamentare di Democrazia solidale e presidente del Movimento per la Vita, facciamo il punto sugli aspetti critici del provvedimento.

Questa legge rischia di sdoganare l’eutanasia omissiva. E di aprire la strada all’eutanasia attiva. Lo sostiene l’on. Gianluigi Gigli. Ma non è l’unico aspetto problematico del provvedimento all’esame del Senato in questi giorni.
Era davvero necessaria questa legge o lei è tra quelli che sostengono che sarebbe stata meglio nessuna legge?
«Personalmente ritengo che non vi siano leggi capaci di descrivere ciascuna delle infinite tonalità di grigio che la clinica medica oggi ci presenta e rispondere sensatamente a esse. Ritengo anche che la medicina moderna abbia superato ogni retaggio di atteggiamento paternalistico e che il medico si ponga di fronte al paziente cercando di pianificare insieme le cure e di rispondere con la sua coscienza alla fiducia del paziente, costruendo un’alleanza terapeutica, favorita anche dal grande sviluppo delle cure palliative».
Oggi il paziente non rischia l’accanimento terapeutico?
«No, Rischia semmai l’abbandono terapeutico, anche per la spinta al contenimento della spesa sanitaria. Del resto, dopo 40 anni di Dat, negli Stati Uniti si sta ora cercando di riportare il processo decisionale dall’ambito formale e giuridico a quello sostanziale e clinico, cioè di delegificare le Dat che, invece di costruire una medicina più umana, hanno solo alimentato gli studi legali».
Ciò detto, una legge era o no indispensabile?
«Sì. Troppa è stata la spinta mediatica che partendo da casi limite ha fatto breccia nell’opinione pubblica, senza nascondere il fatto che un intervento legislativo è necessario anche per arginare le continue invasioni di campo di magistrati ansiosi di sostituirsi al legislatore attraverso sentenze creative».
Lei è stato tra i più attivi oppositori di questa legge durante il passaggio alla Camera. Nonostante le significative modifiche ottenute il suo giudizio resta così negativo?
«La legge che si vuole varare, assolutizzando il principio di autodeterminazione, sancisce una concezione della vita come proprietà dell’individuo e non come bene prezioso di tutta la comunità. Inoltre confonde la situazione di malattia terminale con situazioni stabilizzate di cronicità e di disabilità anche gravissima, come i pazienti in stato vegetativo. E infine contiene implicito un giudizio di vita indegna di essere vissuta in alcune condizioni e, a causa di questo giudizio, mette in pericolo la vita dei soggetti più fragili, messa nelle mani di chi legalmente li rappresenta».
Si dice che questa legge non introduce l’eutanasia. Lei, invece, ritiene di sì. Perché?
«Perché introduce nei fatti nel nostro ordinamento l’eutanasia omissiva, permettendo di affrettare attraverso la sospensione di cure la morte di chi non stava morendo della sua malattia».
La legge assegna troppo potere al medico?
«La verità è che svilisce la professione del medico, ridotto a meccanico esecutore di scelte esterne alla sua scienza e alla sua coscienza».
Al voto finale alla Camera i voti contrari furono solo 37 (326 a favore e 4 astenuti). Dove erano i cattolici in parlamento?
«In realtà il voto finale non rispecchia il dibattito. Su 615 Deputati i presenti furono solo 367. Dopo la battaglia sugli emendamenti, quel giorno vi furono molte assenze nelle file della destra e di Alternativa Popolare, perché l’esito del voto era ritenuto scontato. Per quanto riguarda i cattolici, il disagio ha interessato i molti presenti nel gruppo del Pd. Alcuni di essi sono stati tra i promotori di questa legge e per sostenerla non hanno esitato a fornire una lettura ideologica del magistero o delle prese di posizione di alcuni episcopati. Una minoranza ha preferito non partecipare al voto per non venir meno ai doveri di coscienza, anche se è mancato il coraggio per interventi pubblici di dissenso».
Ritiene che questa posizione abbia trovato maggiore legittimazione dopo il recente discorso del Papa alla Pontificia Accademia per la Vita?
«Ripeto: solo un uso strumentale e ideologi co del magistero della Chiesa potrebbe vedere nel discorso di Papa Francesco un endorsement, anche solo indiretto, alla eutanasia omissiva da sospensione di cure che questa legge autorizza. Non a caso il discorso del Papa poggiava come riferimenti su documenti radicati profondamente nella pastorale sanitaria e nell’etica del medico cattolico, come il discorso agli anestesisti di Pio XII del 1957, la dichiarazione sull’eutanasia del 1980 e il catechismo della Chiesa. Ogni lettura diversa, cozzerebbe peraltro con la posizione sulla sospensione di idratazione e nutrizione espressa dalla Cdf nel 2007 e approvata da Benedetto XVI».
La legge in cosa andrebbe modificata per essere resa più accettabile?
«Se davvero si volesse cercare una posizione di mediazione ed equilibrio, occorrerebbe togliere almeno la definizione ex lege di idratazione e nutrizione assistite come terapie in qualunque circostanza, definizione assurda dal punto di vista clinico ed introdotta proprio per poter permettere la loro sospensione a fini eutanasici anche quando non servono a curare alcuna malattia e sono somministrate in modo appropriato e proporzionale come sostegni vitali».
E per quanto riguarda i medici?
«Occorrerebbe riconoscere al medico la libertà piena di agire secondo coscienza, non solo per poter rifiutare richieste illegali, ma anche per poter rifiutare quanto con la legge diverrà legale. Ben sapendo di sdoganare l’omicidio del consenziente, previsto dal codice penale, ci si è preoccupati invece solo di togliere al medico ogni responsabilità civile e penale per aver lasciato morire qualcuno nel rispetto della nuova legge. Infine è assurdo che si sia rifiutata una zona di esenzione per le istituzione sanitarie, come quelle cattoliche, il cui codice etico non consente deroghe al rispetto della vita e che saranno tenute anch’esse a lasciar morire coloro che lo richiederanno per se stessi o per coloro di cui sono i legali rappresentanti».
Cosa succederà quando la legge sarà stata approvata?
«Questa legge non aiuterà certo le famiglie che eroicamente assistono i gravi disabili e le persone in stato vegetativo a sentirsi motivate a farlo. Rischiano anzi di passare per coloro che sostengono forme di accanimento terapeutico».
Quali potrebbero essere le conseguenze per le persone affette da demenza?
«Nessuno intende sostenere per esse l’idratazione e la nutrizione assistite a oltranza, ma sarebbe assurdo non tener conto del fatto che oggi essa viene spesso effettuata per carenze nell’assistenza che non è in grado di garantire i tempi prolungati di imboccamento che questi malati richiedono per alimentarsi. Più avanti nel tempo anche anziani non dementi potrebbero essere invitati o sentirsi invitati a farsi da parte quando il prolungamento della loro vita sarà considerato dagli altri o da essi percepito come un peso sociale».
Guardando più avanti vi è il rischio che in caso di conflitto inverso tra medico che vuole sospendere le cure e famiglia che vuole continuarle possa essere chiamato a decidere il giudice.
«Si aprirebbe cioè la strada, anche in Italia, per casi simili a quello del bambino inglese Charlie Gard, che ha commosso il mondo. Mi lasci dire, infine, che quando la gente incomincerà a morire per disidratazione e denutrizione, prima o poi qualcuno incomincerà a chiedersi se non sia meglio, posto che le loro vite non meritano di andare avanti, di porre fine ad esse con una fiala letale. Questa legge che sdogana l’eutanasia omissiva rischia di essere a lungo termine il cavallo di Troia dell’eutanasia attiva».

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